Lunedì 2 novembre, ore 21:00 · Cineteatro Astrolabio, Villasanta
RAGIONE E SENTIMENTO
Adattamento cinematografico dell’iconico romanzo di Jane Austen. La storia segue le vicende delle sorelle Elinor e Marianne Dashwood che si ritrovano in ristrettezze economiche dopo la morte del padre.
Scheda
- Usa, GB, 2026
- Genere Drammatico
- Regia Georgia Oakley
- Sceneggiatura Diana Reid
- Fotografia Arnaud Potier
- Musica Roger Goula
- Durata 131’
Personaggi e interpreti
- Marianne Esme Creed-Miles
- Mrs. Dashwood Caitriona Balfe
- Msr. Jennings Fiona Shaw
- Elinor Daisy Edgar-Jones
Recensioni
Marzia Gandolfi (Mymovies)
Dopo la morte del padre, Elinor, Marianne e Margaret Dashwood sono costrette a lasciare Norland, la magnifica tenuta nel Sussex dove sono cresciute. A ereditare, come da tradizione britannica del XVIII secolo, è il fratello, John Dashwood, nato da un precedente matrimonio. E John, soggiogato da una moglie avida di denaro, non lascia nulla, o quasi, alle sue sorellastre, che si trasferiscono con la madre in un modesto cottage nel Devonshire. Ospiti di una vicina della signora Jennings, cugina lontana dal carattere deciso, Marianne soccombe al fascino di John Willoughby mentre Elinor attende invano la visita di Edward Ferrars, il fratello mite della moglie del suo fratellastro. Ragione e sentimento sono i due poli attorno ai quali Elinor e Marianne dovranno ricostruire la loro esistenza, sconvolta dalla morte del padre e dall’arrivo di pretendenti che potrebbero cambiare il loro destino. La trasposizione più celebre di “Ragione e sentimento”, pubblicato nel 1811 in forma anonima, rimane senza dubbio quella di Ang Lee, interpretata da Emma Thompson, Kate Winslet, Hugh Grant, Alan Rickman e vincitrice di un Oscar per la sceneggiatura nel 1996. È in questo intimorente retaggio che si inserisce il nuovo adattamento di Georgia Oakley (Blue Jean), fedele alla storia e allo spirito di Austen, che celebra la solida relazione di due sorelle, malgrado l’antagonismo dei loro caratteri. Lontana dal proporne una lettura manichea, Oakley confronta le protagoniste con l’amore, raramente slegato, nell’Inghilterra del XVIII secolo, dalle questioni finanziarie e sociali. E la sua versione è promettente dal debutto. Un patriarca che non vedremo mai, una tenuta che va al figlio del primo matrimonio, una famiglia di donne che non possiede più nulla, se non la speranza di un matrimonio che garantisca felicità e sicurezza. Oakley descrive con precisione il valore di una donna alla fine del Settecento ed esplora il divario tra le nostre aspettative e la realtà, tra ciò che scegliamo di credere e ciò che accettiamo di sacrificare. Il film lo dice senza mezzi termini. Per queste giovani donne, amare significa puntare tutta la propria esistenza su un uomo che rimane sempre libero di scegliere, di tacere o di andarsene. Il pudore di Elinor e l’esaltazione di Marianne sono alla fine risposte diverse a una stessa impotenza. Repliche che le conducono a ridefinire il proprio rapporto con il mondo: Elinor concede finalmente spazio ai sentimenti, mentre Marianne scopre la necessità di controllarli. L’interpretazione di Oakley si annida nei dettagli. All’interno di una composizione generalmente molto stabile, alcuni movimenti di macchina, riprese dal basso o dissolvenze incrociate vanno oltre la semplice narrazione per arricchire il ritratto psicologico delle due sorelle. La regista si sofferma sulle mani di Elinor al lavoro, su quelle di Marianne in amore, su quelle di Margaret macchiate di more e ancora su un volto soffiato dal vento o sull’orlo di un abito bagnato dalla pioggia. Il vero tesoro del film risiede proprio nell’importanza attribuita alle sorelle, che finisce addirittura per soppiantare le storie d’amore. La sorellanza è il cuore dichiarato del progetto, il volto più bello di un’irrefrenabile voglia di vivere, con o senza l’altro. Progressivamente, con discrezione, Elinor e Marianne smantellano i rapporti di forza che strutturano la seduzione, senza che questo intacchi la serenità emozionante del lieto fine e il piacere di contemplare un’altalena che oscilla al ritmo della brezza inglese. Se il testo originale faceva dialogare due personaggi, la sceneggiatura opta per la fusione, una comprensione reciproca tra Elinor e Marianne, che risultano più vicine. Daisy Edgar-Jones (Normal People) interpreta Elinor con la giusta moderazione mentre Esmé Creed-Miles (Hanna) compone una Marianne il cui ardore trabocca dallo schermo. La m.d.p. si attacca ai loro volti, ai loro corpi, ai loro abiti sgualciti e macchiati, avvicinandoci alla famiglia Dashwood in esilio ma sempre complice e piena di vita. Intorno la natura respira. Elemento centrale nell’opera di Jane Austen, il film immerge lo spettatore nei paesaggi rurali dell’epoca e sottolinea abilmente i sentimenti dei personaggi, delineando un ritratto caustico della società inglese dell’epoca georgiana, in particolare del sistema di classi e della condizione delle donne in una società ultra-patriarcale, altra dimensione capitale nel lavoro dell’autrice. La regista coniuga il commento storico e sociale proprio del testo austeniano con un autentico senso di modernità, a partire dal suo cast carismatico: Daisy Edgar-Jones e George MacKay affiancano volti meno scontati, come Esmé Creed-Miles nel ruolo di Marianne o Herbert Nordrum (La persona peggiore del mondo) in quello del taciturno colonnello Brandon, il cui fascino risiede proprio nella sua incapacità di esagerare. Insieme mettono in luce la ricchezza di questa commedia sentimentale e umana, eludendo la trappola dei film in costume dove tutti sembrano aver imparato a sospirare con eleganza. Nonostante qualche momento di stasi e un eccesso di saggezza, Georgia Oakley firma un nuovo adattamento che non cerca di rivoluzionare Jane Austen e nemmeno di sottoporla a un ringiovanimento forzato. Fa qualcosa di più semplice e in definitiva di più efficace: le dà fiducia. Comprende perfettamente le risorse del suo testo e ce lo fa intendere senza fargli perdere la sua voce.
Ada Guglielmino (nonsolocinema.com)
A trent’anni dalla versione firmata da Ang Lee e 215 anni dopo la pubblicazione del romanzo di Jane Austen, arriva nelle sale italiane una nuova trasposizione cinematografica di Ragione e Sentimento, in una versione che non abbandona la tradizione e la fedeltà al testo, ma avvolge la narrazione con un velo di modernità. Dirige Georgia Oakley con due indovinate performance attoriali: nei ruoli della ragionevole Elinor e della passionale Marianne ci sono le brave Daisy Edgar-Jones e Esmé Creed-Miles. Dopo la morte del marito, la vedova Dashwood (Caitríona Balfe) e le sue tre figlie, di cui due in età da marito e non ancora sposate, si trovano in una difficile situazione: secondo i costumi di inizio Ottocento la tenuta di famiglia, Norland Park, è stata destinata al figlio maggiore del signor Dashwood, John, avuto da un precedente matrimonio. John sarebbe propenso a una soluzione conciliante e ad aiutare le sorellastre, ma sua moglie è di tutt’altro parere. Mrs. Dashwood, Elinor, Marianne e Margaret non hanno altra scelta se non accettare l’offerta della esuberante e pettegola – ma di buon cuore – lontana cugina Mrs. Jennings (una frizzante Fiona Shaw) e trasferirsi nell’assai modesto Barton Cottage. E’ un trasferimento difficile per le ragazze Dashwood: la compassata Elinor nutre un sentimento profondo per Edward Ferrars (George MacKay ), cognato di John Dashwood in visita alla tenuta, mentre Marianne sembra aver trovato l’amore nell’affascinante John Willoughby (Frank Dillane). E tuttavia la vita riserva altre sorprese alle sorelle Dashwood: Edward poco a poco scompare dall’orizzonte di Elinor, perché la famiglia ha già in precedenza combinato un matrimonio, mentre Willoughby si rivela assai poco onesto nei confronti di Marianne. Tra romantici fraintendimenti, batticuori e delusioni, segreti e bugie si arriva a un finale che forse metterà tutte le caselle al loro posto. Gran parte di questa versione di Ragione e Sentimento si basa sul profondo rapporto tra le due sorelle che rappresentano due attitudini completamente diverse nei confronti della vita e dell’amore. La tranquilla Elinor è protettiva nei confronti di Marianne, ed è preoccupata che la vivacita della sorella minore le faccia trascurare le attenzioni del compassato colonnello Brandon (Herbert Nordrum), che fa una corte discreta a Marianne e appare più affidabile dello scapestrato Willoughby. La sceneggiatura di Diana Reid dipinge la tensione tra i caratteri delle due sorelle, Ragione e Sentimento del titolo – Elinor sospesa tra passione e senso del dovere, Marianne passionale e decisa a conquistare l’amore a ogni costo – ed esalta i temi che duecento anni di storia non hanno reso obsoleti: il romanticismo e i batticuori, il cercare e trovare il proprio posto nel mondo accanto a una persona che si ama, ma anche le aspettative della società e la condizione femminile dell’Ottocento, tra balli e conversazioni davanti a una tazza di tè. La regia della trentottenne regista Georgia Oakley crea un’atmosfera che cattura il passato senza renderlo stucchevole o fuori tempo: questo Ragione e Sentimento dipinge un mondo di emozioni senza tempo che le ambientazioni, i costumi e, soprattutto, il paesaggio inglese magistralmente fotografati da Arnaud Potier contribuiscono a rendere vivo e vitale.
Tatiana Coquio (L’occhio del cineasta)
Tornare a trasporre uno dei romanzi di Jane Austen sul grande schermo significa confrontarsi con un immaginario che il cinema ha contribuito a consolidare nel tempo, ma anche con personaggi la cui forza risiede nella complessità dei sentimenti e nel modo in cui questi si misurano con le convenzioni sociali. la pellicola Ragione e sentimento, diretta da Georgia Oakley, si inserisce in questo percorso con una trasposizione che guarda al romanzo senza perdere di vista l’essenza della narrazione. Difatti La trasposizione della Oakley conserva il nucleo narrativo dell’opera, mantenendo al centro le vicende delle sorelle Dashwood e il rapporto tra le loro scelte personali e le convenzioni sociali. Il film segue la materia letteraria senza smarrirne l’identità, un aspetto importante in una storia il cui significato non risiede soltanto negli sviluppi sentimentali, ma anche nelle possibilità e nei limiti imposti alle donne dalla società del tempo. Inoltre permette ai personaggi di mantenere le varie dinamiche con il proprio peso specifico. La narrazione verte sul rapporto tra le due sorelle; Elinor cerca di mantenere il controllo anche quando le circostanze mettono a dura prova la sua capacità di sopportazione; in contrapposizione, Marianne vive i sentimenti apertamente, lasciandosi attraversare da emozioni che non riesce a nascondere. Nessuna delle due rappresenta una risposta definitiva: entrambe devono confrontarsi con le proprie fragilità e imparare a riconoscere ciò che l’esperienza insegna loro. Il film restituisce questa differenza, ma non sempre riesce a conferirle tutta la forza emotiva che il percorso delle protagoniste richiederebbe. Le interpretazioni di entrambi i personaggi, come quelle di tutto il cast, sono valide, eppure alcuni passaggi avrebbero beneficiato di una maggiore intensità, soprattutto nella costruzione di Marianne. Il suo carattere impulsivo, la vulnerabilità e il modo in cui affronta la sofferenza avrebbero meritato uno sviluppo più incisivo, capace di dare maggiore profondità alla trasformazione che attraversa. È qui che la trasposizione lascia intravedere il suo limite più significativo. Non tanto nella narrazione, che rimane fedele al materiale di partenza, ma nella capacità di tradurre sullo schermo tutte le sfumature emotive che rendono le due sorelle personaggi tanto interessanti quanto diversi tra loro. Una costruzione più approfondita avrebbe permesso di percepire con maggiore intensità il loro cambiamento e il peso delle esperienze che lo determinano. Sul piano visivo la fotografia adotta una resa più fredda e contenuta, con ambienti che restituiscono una percezione concreta e realistica dell’epoca, anziché indulgere in una rappresentazione particolarmente romantica con altri tipi di scelte. La differenza emerge soprattutto per chi conosce già il romanzo attraverso precedenti adattamenti.
Valentina Di Nino (Today)
Il cinema torna a fare i conti con Jane Austen, e lo fa senza zuccheri di troppo. Arriva nelle sale cinematografiche giovedì 22 ottobre la nuova trasposizione di “Ragione e Sentimento”, diretta da Georgia Oakley, un film che regala qualcosa in più al pubblico del solito, patinato film romantico in costume per restituire al classico della letteratura anche la sua nota originaria di denuncia. A guidare il cast di questo nuovo “Ragione e Sentimento” ci sono le bravissime interpreti delle due sorelle Dashwood: Daisy Edgar-Jones nei panni della saggia e misurata Elinor Dashwood ed Esmé Creed-Miles in quelli della ribelle Marianne. Intorno a loro si muove un gruppo di altri personaggi e attori che comprende Caitríona Balfe nel ruolo della signorina Dashwood, la giovanissima Bodhi Rae Breathnach come Margaret, e volti noti del cinema europeo come George MacKay, Frank Dillane, Herbert Nordrum e Fiona Shaw. La trama parte dal trauma che le sorelle protagoniste si trovano all’improvviso a dover affrontare: alla morte del padre, la vedova Dashwood e le tre figlie si ritrovano di colpo in condizioni di assoluta povertà. Le leggi dell’epoca non lasciano scampo, assegnando l’intera eredità al fratellastro, maschio figlio di primo letto del fu Mr Dashwood. Espulse dalla propria casa, le donne trovano rifugio in un casolare umido e isolato nel Devonshire, un esilio che costringe Elinor e Marianne ad allontanarsi anche dagli uomini di cui si stanno innamorando, rispettivamente il posato Edward Ferrars che entra immediatamente nel cuore di Elinor e l’estroverso John Willoughby su cui Marianne riversa tutta la sua passione romantica. Le tormentate vicende d’amore delle due sorelle sono, come si sa, il filo che tiene tutta la storia, ma la vera chiave di lettura del film di Oakley risiede nell’attenzione che la regista dedica alla questione economica e sociale raccontata da Austen. In un mondo in cui il matrimonio è l’unico ammortizzatore sociale e l’unica vera fonte di sostentamento per le donne, l’amore non è mai un territorio libero da vincoli. Dietro ogni corteggiamento si muovono calcoli di classe e strategie di sopravvivenza, e la sottomissione materiale delle protagoniste lascia intendere quanto la loro libertà dipenda interamente dalla possibilità di trovare un buon partito, non certo dallo scoccare della freccia di Cupido. Sullo sfondo di un Devonshire aspro, fatto di piogge continue e contrapposizioni tra buio e luce che riflettono le tempeste interiori delle sorelle, la regista costruisce un’opera contemporanea, allo stesso tempo fresca e tagliente. I temi dell’indipendenza e dell’emancipazione femminile dalle costrizioni sociali e dalle imposizioni del mancato riconoscimento di diritti, anche economici, emergono chiari oltre alle due storie passionali al centro della vicenda e proprio la scelta di dare voce al coraggio di Jane Austen, insieme a un cast perfetto e a due protagoniste vitali e misurate a seconda delle necessità di copione, rende il film una rilettura contemporanea del classico austeniano.
Noemi Riccitelli (Clarusonline)
L’autrice la cui ispirazione continua a rendere fervida la mente degli artisti contemporanei e a riempire i cuori di appassionati fan: Jane Austen, inesauribile e preziosa fonte di riflessione su un tempo e un modo di stare in società che può apparire lontanissimo, ma che è stato spesso fine lente di indagine della realtà odierna. Il suo romanzo d’esordio, Ragione e Sentimento (Sense and Sensibility) torna al cinema in una nuova versione, dopo la celeberrima del 1995, diretta da Ang Lee. Stavolta è affidata alla regia e alla sceneggiatura di due donne, Georgia Okley e Diana Reid, con protagonisti Daisy Edgar-Jones, George MacKay, Esmè Creed-Miles, Caitríona Balfe, Frank Dillane, Herbert Nordrum e Fiona Shaw. Una storia di sentimenti e umanità: la sceneggiatura di Diana Reid conserva l’intreccio originale del romanzo di Austen, concedendosi, invece, qualche licenza nel tratteggiare le caratteristiche delle sorelle Dashwood, rappresentate con un animo più vicino a delle giovani di oggi. Meno posate e patinate, con quella freschezza e vitalità che nell’800 potevano essere guardate con sospetto e sdegno, ma che sono, invece, le qualità che fanno da chiave ad un filtro del racconto più recente. Daisy Edgar-Jones e Esmé Creed-Miles, in tal senso, interpretano due protagoniste vivaci e curiose, sguardi moderni che riescono a rendere due figure impresse sulla pagina ingiallita profili unici e interessanti, modelli di una femminilità rinnovata. Il cast, di cui il pubblico non faticherà a riconoscere volti noti e amati, contribuisce con grazia alla visione di Georgia Oakley: la regista amalgama personaggi e paesaggio, con sequenze dai toni delicati ma pregnanti, che colpiscono l’occhio con dettagli preziosi nella loro semplicità. Il film coinvolge e si lascia seguire, abbraccia lo spettatore nei colori e nei ritmi della campagna inglese, senza apportare novità sopra le righe, affidandosi solo alle sincere performance degli attori.
